domenica 30 gennaio 2011

Modi di vedere

"Modo di vedere" nella nostra lingua, ma non solo, significa anche modo di pensare. Verbalizzando ciò che si vede si pronuncia in modo strettamente correlato quanto si pensa relativamente a ciò che si sta guardando.
Sono pertanto stato attirato da quanti pochi elementi ci bastano per esprimere un giudizio, per aggiungere una storia, proiettare un film. E' il caso delle foto sfuocate, ed in particolare quelle contenenti elementi umani.

Una sagoma ci appare immediatamente un uomo di profilo, senza nessun dubbio. Non bisogna nemmeno percepire una sagoma del profilo del viso, del naso, il disegno delle labbra e via dicendo.
Molto viene dato dal colore.


Macchie circolari color pelle, anche su sfondo dello stesso tono, fungono da visi, magari forniti di eloquenti espressioni. In questa coppia lo sguardo dell'uomo rivolto alla donna che non ricambia lo sguardo ma, con  un pò di altezzosità, guarda solo davanti. Non solo si giudica ma si costruiscono anche storie con molta facilità, come andrà a finire?

Si può anche facilmente percepire il lavoro intellettuale di questo impegato preoccupato ma ben vestito.
O il duro lavoro manuale di questo contadino che spinge la sua carriola.


Quando le cose non si vedono bene, paradossalmente ci accorgiamo come la nostra vista sia dotata di  un'estrema sensibilità. Questa ci racconta delle storie, ci descrive dei finali. E' anche possibile iniettare in altre immagini, altre storie qui. Ma nulla viene svelato del finale che è di competenza  esclusiva dei lettori delle immagini.

Vale, allora, anche qui l'equivalenza tra "modo di vedere" e "modo di pensare"?
E nella realtà, quanta messa a fuoco utilizziamo per comunicare con le persone che ci circondano?


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